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Ti sei mai chiesto cosa spinga una persona che sviluppa una dipendenza a non potersene liberare? La risposta che verrebbe a primo impatto è probabilmente questa: la sostanza stessa. D’altronde è l’eroina a causare la dipendenza da eroina, no? Se fai uso di una droga per 20 giorni e durante il giorno 21 ti deprivi di quella sostanza il tuo corpo la desidererà ferocemente. È così che funzionano le dipendenze, giusto? In  parte sì ma c’è da fare un appunto… quasi tutto quello che pensiamo sulle dipendenze è sbagliato.

Se una persona si rompe il femore finirà in ospedale e molto probabilmente per alleviare il dolore ed operarla le verrebbe somministrata della morfina. Sembra tutto normalissimo se non fosse che la morfina è eroina, ed è anche una versione molto più potente dell’eroina usata dai tossicodipendenti, poiché non viene tagliata con altre sostanze. Quindi proseguendo per logica se venisse somministrata della morfina ad alcuni pazienti per un periodo prolungato questi dovrebbero diventarne dipendenti (basti pensare alla dipendenza da farmaci, comune soprattutto negli Stati Uniti). Eppure non è così; sono stati condotti numerosi studi inerenti gli effetti dei medicinali sulle persone e nessuno dei pazienti a cui viene somministrata della morfina, che ricordiamo essere una versione di lusso dell’eroina, ne diventa dipendente. Viene spontaneo chiedersi perché; anche se ovviamente parte della risposta risiede nella composizione chimica del medicinale stesso c’è un fattore che spesso viene ignorato quando parliamo di dipendenze, l’ambiente con cui il soggetto interagisce.

Per provare questa tesi, nel corso degli anni ’60-’70, il prof. Bruce K. Alexander della Simon Faser University ha condotto un esperimento molto interessante volto a comprendere meglio come e perché alcuni soggetti riscontrano difficoltà ad uscire da una dipendenza (in genere da sostanze stupefacenti, ma in altri casi sono alcuni comportamenti, come ad esempio il gioco d’azzardo) mentre altri sembrano essere del tutto immuni all’assuefazione causata dalle droghe. Il professore di psicologia americano si chiese cosa sarebbe successo se, mettendo dei topi in delle gabbie con la possibilità di bere da due contenitori d’acqua, uno contenente cocaina o eroina ed un altro della semplice acqua, come si sarebbero comportati i piccoli roditori. Senza troppe sorprese, in quasi la totalità dei campioni presi in esame i topi diventavano ossessionati con l’acqua “drogata”  continuando a bere fino al raggiungimento dell’overdose e quindi morivano.

L’osservazione del professor Alexander era però che, i topi, rinchiusi da soli in delle gabbie molto strette, non avessero niente da fare oltre che drogarsi. Decise così di avviare la seconda fase del suo esperimento: Rat Park. L’idea alla base dell’esperimento era verificare se i soggetti in stato di grave dipendenza avrebbero cambiato i loro atteggiamenti qualora fossero stati posti in un contesto diverso.  Rat Park era, come si può facilmente immaginare dal nome, un paradiso terrestre per topi. I piccoli roditori avrebbero avuto cibo, giochi, ruote, tunnel in cui infilarsi, altri topi con cui interagire e fare sesso… ed anche il recipiente con l’acqua drogata e quella normale. E la cosa più affascinante riguardo questo esperimento è che il consumo di droga all’interno di Rat Park calò drasticamente: nessun topo usò più quell’acqua compulsivamente, nessuno di loro morì di overdose e, gradualmente, smisero anche di usarla, guarendo di fatto dal loro stato di dipendenza.

Ovviamente un essere umano ed un topo sono molto diversi tra loro, eppure è stato condotto un “esperimento” simile anche per noi. Durante la guerra del Vietnam veniva somministrata eroina da parte dell’esercito ai soldati americani. E benché sia una pratica più che discutibile bisogna considerare meglio la visione d’insieme. Molti cittadini americani erano spaventati che, una volta finita la guerra, ci sarebbero stati centinaia di migliaia di tossicodipendenti in giro per le strade d’America, ma questo non accadde. Degli studi condotti sui soldati rivelarono che il 95% di loro non andò in rehab, non mostrò segni di dipendenza e neanche fece più uso di eroina, semplicemente smisero. Quindi qual era la condizione che impedì ai soldati di ritornare nella loro vecchia “abitudine”? Come sempre l’ambiente circostante.

E seguendo le teorie di Alexander tutto ciò ha completamente senso: se posto in un ambiente estremamente ostile, esposto a malattie, sporcizia e il pericolo di essere ucciso, un soldato potrebbe fare ricorso ad una scappatoia per “staccare la spina” da una realtà orrenda come avviene in molti contesti brutali (pensiamo al forte uso di droga nei paesi del terzo mondo o al fatto che durante la seconda guerra mondiale venissero distribuite sigarette ai soldati perché si credeva che infondessero coraggio…). Quindi una volta tornati a casa i soldati non fecero altro che tornare nella versione umana di Rat Park. Quello che emerge è che la guerra alle droghe è un fallimento colossale. Il problema non è la chimica o la dipendenza stessa; è la gabbia. E questo studio evidenzia come abbiamo bisogno di ripensare le dipendenze completamente se vogliamo liberarcene.

Per risolvere le problematiche sociali causate dalla droga, e dalla guerra che gli stati fanno ed essa quotidianamente, il Portogallo negli anni 90’, per far fronte ad un uso spropositato di eroina, attuò un cambio di strategia radicale: decriminalizzò tutte le droghe. Possedere piccole quantità di qualsiasi droga, sia essa marijuana o eroina o cocaina non importava, nessun portoghese sarebbe stato arrestato per possesso di stupefacenti. Il governo indirizzò il 90% dei fondi sulla guerra alla droga alla cura dei tossicodipendenti in riabilitazione, i risultati furono sorprendenti: più del 60% dei pazienti in rehab smise immediatamente di fare uso di sostanze e i decessi per overdose scesero a solo 4 per ogni milione di abitanti, rendendo il Portogallo il paese con il più basso numero di decessi legato all’uso di stupefacenti.

Per dare una scossa ai problemi che ci affliggono, sia nella nostra piccola quotidianità che su scala internazionale, a volte c’è bisogno di un approccio coraggioso e rivoluzionario, come fecero gli scienziati di Rat Park o come fece il Portogallo appena venti anni fa. Appare quindi evidente che per cambiare radicalmente il nostro modo di vivere abbiamo bisogno tutti di uscire dalla nostra gabbia, pensare le cose in modo diverso e rimpiazzare le vecchie abitudini con quelle nuove. Se vi state chiedendo quali abitudini in particolare, non preoccupatevi, approfondiremo l’argomento a breve.

  Giacomo Minori