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La distinzione fra passato, presente e futuro è solo un’illusione ostinatamente persistente

Con questa celebre frase di Albert Einstein, si apriva, nel 2017, il primo episodio di Dark, serie TV tedesca prodotta da Netflix, la cui terza e ultima stagione è approdata sulla piattaforma lo scorso 27 Giugno, portando immediatamente la serie sul podio delle più viste in binge watching in molti Paesi del mondo. 

Dalla trama complessa, intricata ed enigmatica, ma senz’altro intrigante, questa serie televisiva di genere drammatico, thriller e fantascientifico, scritta dai coniugi Baran bo Odar e Jantje Friese, racconta dell’apparentemente tranquilla cittadina di Winden, rivelando come questa ospiti, in realtà, un wormhole che collega diversi momenti temporali distanti fra loro 33 anni e nello specifico il 1953, il 1986 e il 2019.

Fra misteri, bambini scomparsi e molti riferimenti alla filosofia e alla letteratura, perlopiù tedesca, Dark mette immediatamente in difficoltà lo spettatore, andando a   distruggere ciò a cui più è abituato: la sequenzialità del tempo.

Il tempo, in accordo con l’idea di alcuni pensatori classici e con la fisica contemporanea, perde, in quest’opera, il suo noto carattere lineare e mette a dura prova la comprensione del pubblico, divenendo un qualcosa di ciclico.

La città di Winden (che in tedesco vuol dire proprio “aggrovigliare”) si ritrova così a essere rinchiusa in un loop temporale che si ripete ciclicamente, ogni volta allo stesso modo, bloccando tutti i personaggi in un mondo in cui, come previsto da Einstein nella sua teoria della relatività generale, non c’è alcuna differenza netta fra passato, presente e futuro; un mondo in cui non è solo il passato a influenzare logicamente il futuro, ma è anche il futuro a influenzare a sua volta il passato: un tempo dove il principio è la fine e la fine è il principio, in un cerchio infinito che non può non riportare alla mente l’Eterno Ritorno di Nietzsche, in cui l’uomo è destinato a vivere sempre gli stessi dolori, e gli stessi avvenimenti senza potersi sottrarre.

“Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso.” 

-Nietzsche, La Gaia Scienza.

Non importa cosa tu faccia o in quale epoca viva, perché, come viene detto nella serie, “Il tempo ti è accanto. Ovunque tu vada. Lo porti dentro di te e lui fa lo stesso. Lui vede e sente tutto ciò che fai e ciò che dici”.

Davanti a questo verrebbe da porsi diverse domande: Ma allora dov’è il libero arbitrio? Esiste? O, come suggeriscono alcune teorie fisiche, l’uomo è una macchina che non può fare altro che seguire gli input di ciò che gli accade? 

E dove sono le nostre scelte?

L’uomo può compiere davvero delle scelte, cogliere la mela sul ramo che tanto gli è costata nell’Eden, o è tutto necessariamente e inevitabilmente predeterminato?

Dark si pone, e al contempo pone allo spettatore, tutti questi quesiti. 

Si interroga filosoficamente, come l’umanità fa dall’inizio dei tempi, sul determinismo, e la risposta che ne dà è spaventosa quanto affascinante e si potrebbe riassumere con una frase di Schopenhauer che forse racchiude l’essenza dell’intera serie:

 “Certo che l’uomo può fare ciò che vuole, ma non può volere ciò che vuole”.

I personaggi della serie, infatti, compiono azioni autonome e motivate, in relazione alla propria volontà, come chiunque su questa terra: è l’amore, ad esempio, il motore che muove i protagonisti sui loro passi: l’amore straziante fra Martha e Jonas e l’amore materno di Claudia nei confronti di sua figlia Regina. Eppure, nel seguire la loro volontà, essi non fanno altro che giungere inesorabilmente al destino che era stato tracciato per loro, forse perché vige un determinismo meccanicistico dove ogni cosa è frutto solo di un’enorme concatenazione di causa-effetto, o forse perché il loro volere non dipende da loro ma è invece soggetto a un Volere più grande, che domina ogni cosa: L’uomo può fare ciò che vuole, ma non volere ciò che vuole. Sic Mundus Creatus Est. 

Questa filosofia si sposa perfettamente con il principio di autoconsistenza proposto dal fisico russo Igor Novikov per ovviare ai paradossi dei viaggi nel tempo:

quando Jonas torna indietro nel tempo per impedire il suicidio di suo padre Michael, si ritrova davanti a un Michael che non aveva alcuna intenzione di suicidarsi, prima di sapere da suo figlio Jonas che questo sarebbe accaduto di lì a breve. Per cui, di fatto, tornando indietro nel tempo, Jonas ha spinto suo padre verso lo stesso ineluttabile suicidio che aveva portato lui a viaggiare nel tempo per impedirlo.

E questo perché, per quanto si cerchi di impedirlo, per quanto si cerchi di cambiare il corso degli eventi, non si può fare altro che non adempiere al progetto che il tempo stesso, Dio, o la meccanica dell’Universo, avevano tracciato; e le persone, in questo modo, sono destinate a diventare esclusivamente pedine di questo immenso gioco, sue prigioniere, bloccate per sempre dentro a un labirinto come Arianna e il Minotauro, mito che non a caso viene menzionato moltissime volte nel corso degli episodi. 

In questa visione angosciante, e senza via di scampo, della vita, può forse perplimere, ma non di certo stupire, quello che diviene l’obiettivo di Adam, lo Jonas ormai adulto: uscire, infine, da questo Eterno Ritorno e dal Labirinto nell’unico modo possibile: il raggiungimento di ciò che chiama “Paradiso” che, come presagito dal titolo della serie, altro non è che un luogo oscuro, dove più nulla esiste: l’annichilimento totale.

Annichilimento totale che riecheggia nelle criptiche parole di Hannah Kahnwald nell’ultimo episodio della Serie: 

“La luce è saltata, c’è stato un forte tuono e all’improvviso è calata l’oscurità e io sapevo che il mondo era finito. […] Era buio e la luce non sarebbe tornata. Avevo questa strana sensazione, come se fosse un bene, che fosse tutto finito. Come se all’improvviso fossi libera. Né volontà, né doveri, un’oscurità sconfinata. Nessun ieri, nessun oggi, nessun domani. Niente.”

Entony Faedda