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Vi siete mai chiesti da cosa dipenda il costo elevato di un prodotto farmaceutico? La risposta non è “Le multinazionali sono cattive!”, semplicemente il settore farmaceutico è forse l’ambito di investimento più rischioso e spesso quello che richiede maggior tempo per essere ripagato. Infatti per poter sviluppare un qualsiasi farmaco è richiesto un investimento che oscilla da decine a centinaia di milioni, per un periodo di tempo superiore ai 5-10 anni. I venture capitalist tradizionali investono con una previsione di rientro di appena 3 anni solitamente e con un portafoglio molto più eterogeneo di quello di una casa farmaceutica.
Parlando comunque di investimento si deve tener conto del potenziale di rischio, che in questi casi è molto elevato: spesso la buona riuscita di un investimento nella farmaceutica si assesta intorno al 10%, di 10 farmaci sviluppati uno solo riesce a generare profitto e ripagare l’investimento in sé e quello dei 9 falliti.

Per comprendere al meglio la complessità del processo di sviluppo, inficiante l’investimento e conseguentemente incidente sul costo dei farmaci, analizzeremo le singole fasi.
La parte principale del lavoro è sicuramente quella di “Discovery”. Questa fase ha durata indefinita, può durare pochi anni e portare a grandi risultati come fallire dopo intensi e lunghi anni di lavoro. Durante la ricerca si genera effettivamente il principio attivo del farmaco che dovrà poi essere testato nelle fasi successive chiamate “Trials”.

La fase preliminare è il Trial Pre-clinico, lo studio in cui il principio attivo sviluppato viene testato su animali per identificare la concentrazione e dose non dannosa. Non si parla ancora di efficacia ma solamente di sicurezza, per un tempo di 2-5 anni si effettuano studi di farmacocinetica, farmacodinamica e ADME (assorbimento, distribuzione, metabolismo, escrezione del farmaco). Tutta la fase pre-clinica è quindi incentrata all’ottenimento di un singolo numero, NOEL (No Observable Effect Level), il valore che descrive il limite di utilizzo del principio attivo, la dose per cui non risulta rischiosa la somministrazione sugli animali. Le specie animali selezionate per questi test sono in funzione della patologia per cui il farmaco agisce, si scelgono animali possibilmente più simili all’uomo come suini per malattie cardiovascolari e topiche, primati per patologie che coinvolgono sistema nervoso, modelli murini per problematiche immunitarie e vaccini, modelli canini per endocrinologia e problemi articolari.
Superata la fase pre-clinica seguiranno 3 fasi cliniche che prevedono la sperimentazione su volontari umani, la durata media complessiva varia dai 3 ai 6 anni.
Nella fase clinica I vengono confermati i valori NOEL ottenuti nella pre-clinica sui modelli animali, in questo caso su volontari sani, non si parla ancora di paziente perciò i test vengono svolti in strutture private.
Nella fase II c’è il passaggio da volontari sani a malati, pazienti e per questo in strutture ospedaliere. Vengono selezionati mediante l’intervento del medico curante o le associazioni dei pazienti, che istruiscono e mettono al corrente dei rischi del trattamento sperimentale. In termini numerici si parla solitamente di centinaia di pazienti, in strutture differenti (studio multicentrico) a volte anche in paesi differenti (per evitare l’influenza di fattori ambientali).
Nella fase clinica III si estende lo studio a migliaia di pazienti, solamente in questa fase si considera l’efficacia del farmaco, oltre, ovviamente, la sicurezza. Il dispendio economico è maggiore in questa fase per via del maggior numero di partecipante e conseguentemente del personale.
Nel caso di patologie rare difficilmente si assiste alla fase clinica III, non si hanno migliaia di partecipanti disponibili, e spesso la fase I viene saltata essendo spesso farmaci salvavita.

Una volta concluse tutte le fasi dei trials devono essere valutati i risultati dalle agenzie di controllo, nel nostro caso EMA (European Medicines Agency) ed AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco), che hanno il compito di vigilare sulla conformità degli studi ed autorizzare l’immissione in commercio. La sicurezza del farmaco non è sufficiente al fine dell’autorizzazione, ciò vuol dire che anche in caso di buoni risultati nei trials l’investimento sullo sviluppo del farmaco può rivelarsi un fallimento. Infatti le agenzie pretendono che i nuovi farmaci siano migliorativi, devono quindi mostrare un’efficienza maggiore rispetto ai farmaci già presenti in commercio (best in class) oppure essere gli unici disponibili per una data patologia (first in class), solitamente quelli per le malattie rare.
Insomma la corsa per sviluppare un farmaco è lunga ed insidiosa, può fermarsi in ogni momento, vanificare gli sforzi di anni di lavoro e bruciare i tantissimi milioni investiti.

Riccarco Rocchi