Tempo di lettura: 3 minuti

“Come gli inglesi distinguono “i love you”?”

Non importa quale sia il periodo o cosa stia accadendo nel mondo, ogni tanto, sul web, spunta fuori questa domanda.

Da Yahoo answer a Quora, da Facebook a Tiktok, passando per Instagram… ovunque, percorrendo anni e generazioni del Web. 

Di tanto in tanto, quando ci si era dimenticati della domanda, salta sempre fuori qualcuno che se lo chiede.

E salta sempre fuori qualcuno che risponde, e sempre risposte più o meno fantasiose:

Si dice solo “love you” per “ti voglio bene”, “I love you” per “ti amo”. 

Non ci crederete mai, ma è la più quotata!

Poi, qualche giorno fa, su Quora, una risposta che ha lasciato molti utenti perplessi, quella di un americano che spiega: non li distinguiamo.

Questa è ancora più assurda di quella sopra… davvero si può non distinguerli e davvero questo può non creare troppi fraintendimenti?

Perché questo ci risulta così tremendamente difficile anche solo da concepire?

Perché il nostro pensiero è plasmato dalla lingua che parliamo. 

Questo lo sapeva bene George Orwell quando ha ideato la neolingua nel suo 1984, e lo sapeva ancora meglio Ferdinand de Saussure, filosofo del ‘900, considerato il padre della linguistica moderna.

La lingua non è, come si tende a considerarla, solo un mezzo con il quale comunicare. Non è solo lo strumento che ci permette di diffondere i nostri pensieri.

La lingua è la sostanza stessa dei nostri pensieri: ciò che permette a questi di essere tali.

I nostri pensieri non potrebbero esistere, come pensieri profondi e articolati, senza una lingua in cui formularli: Il pensiero prelinguistico, scrive Saussure, è soltanto una nebbia caotica e indefinita.

È il linguaggio a delimitare e connotare i pensieri: Potresti sentirti e riconoscerti come euforico se non esistesse questa parola?

Potresti riconoscerti come nervoso se fossi nato parlante di una lingua che non possiede questa parola? 

In 1984, di George Orwell, l’obiettivo del Partito è quello di creare una nuova lingua senza le parole “ribellione” e “libertà”, in modo che quei concetti sarebbero stati non solo impossibili da comunicare, ma anche impossibili da pensare e dunque, in un certo senso, avrebbero cessato di esistere. 

Come preannunciato nel V secolo a.c. dal filosofo Parmenide di Elea: Tutto ciò che è, è pensabile e dicibile. Il non essere non può essere detto né pensato. 

Riflettiamo sulla parola tedesca Fernweh: significa pressappoco “nostalgia”, con la differenza fondamentale che mentre la nostalgia (in tedesco Heimweh) la si prova verso qualcosa che si è vissuto, basti pensare alla nostalgia di casa, la Fernweh è quella nostalgia che provi verso altri luoghi del mondo in cui non sei mai stato. 

In italiano si potrebbe definire quello stato d’animo soltanto come “tristezza”, rimanendo sul generale, o come “voglia di viaggiare”, facendo perdere, però, quella dolcezza malinconica propria della nostalgia. Di fatto, quello di Fernweh, è un concetto impensabile, almeno prima di conoscerne la parola tedesca.

Immaginiamoci quello che potrebbe pensare un tedesco: ma come fanno gli italiani a distinguere “Trauer” (tristezza) da “Fernweh”? 

Potrebbero esserci risposte variamente fantasiose a questa domanda, nessuna tanto assurda quanto la verità: non lo facciamo.

Entony Faedda