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Da quando esiste la vita per come la conosciamo, sono tre le fasi imprescindibili della stessa: nascere, crescere, morire. 
La parola “crescere”, però, risulta poco idonea alla situazione che descriveremo tra poco, giacché il concetto di crescita per come viene inteso ad oggi riguarda una sfera emotiva e “interiore” all’essere umano, rendendo più idonea la parola “sviluppo”.

Lo sviluppo, infatti, accomuna ogni organismo vivente che sfrutta l’ambiente ai fini della sopravvivenza: i cuccioli di leone giocano fra loro al fine di poter diventare adulti in grado di cacciare e uccidere le loro prede, mentre alcune piante esotiche dai colori sgargianti sono letali. La violenza o la pericolosità di alcuni organismi non è un qualcosa che si sceglie, ma un qualcosa di interno volto a preservare la specie quanto più possibile.

Chi viene predato, al contrario, sviluppa meccanismi di fuga o difesa utili al preservarsi in modo non “violento” (ove le virgolette sono dovute in virtù del fatto che la violenza nei meccanismi naturali non è cattiveria o accanimento, ma necessità).

Nella filastrocca pronunciata all’inizio dell’articolo, “nascere, svilupparsi, morire”, vengono descritte le tre fasi inalienabili e consequenziali di ogni cosa preso atto che, se in seguito al nascere il morire sarà scontato, lo sviluppo non è detto con certezza in termini di durata a causa dell’imprevedibilità dell’ambiente in cui si viene al mondo.

Curiosamente, le tre fasi elencate sono tutte meramente più o meno passive: non si sceglie quando nascere, morire è inevitabile e lo sviluppo, sebbene non sia scontato, è un rispondere all’ambiente. 
Viene ignorata, dunque, la riproduzione… o forse data per scontata?

La riproduzione ha una storia lievemente più travagliata, che si è andata complicando con l’epoca contemporanea.

Agli albori della vita sulla terra, anche la riproduzione era un evento passivo, che le amebe unicellulari subivano moltiplicandosi per partenogenesi, andando ad aumentare di ingredienti il brodo primordiale in cui sguazzavano.

L’evoluzione poi ci ha messo del suo, trasformando la riproduzione in un atto dal passivo all’attivo, dove due esseri della medesima specie si accoppiavano per generarne uno o di più, arricchendo la loro varietà genetica andando a generare organismi via via più complessi (con catastrofi naturali quali meteore ed eruzioni che hanno spesso “resettato” la situazione e, chissà, con qualche cratere di meno sulla Terra ad oggi saremmo rettiliani che vaneggiano di scimmie senza peli presenti prima di noi).

Ignoriamo ad ora le piante e concentriamoci sugli “animali”, escludendo momentaneamente gli esseri umani.
La cosa curiosa della riproduzione è che, sebbene sia un atto compiuto in modo attivo, ha dei periodi e delle finestre ben precise, con delle stagioni ove gli animali vanno in “calore” e hanno l’impellente bisogno di accoppiarsi e figliare (il concetto dell’andare in “calore” non so come possa essere reso al meglio per la fauna ittica, insomma, non credo i salmoni diventino bollenti, ma sta di fatto che anche loro si accoppiano in un certo periodo dell’anno).

Il riprodursi, insomma, viene imposto con forza dall’organismo il quale esige la conservazione della specie mentre l’animale, privo di capacità deliberativa, può solo obbedire.

Gli esseri umani invece, pur essendo mammiferi in tutto e per tutto, da quando sono partecipi di una memoria collettiva pare non funzionino proprio così (che poi, la memoria collettiva è quella cosa che ci distingue dagli altri animali e dalle piante, il che non è detto sia un bene giacché nella nostra memoria collettiva ci sono gli episodi de “La dottoressa Giò” con Barbara D’Urso… una comunità di Quokka non produrrebbe mai uno scempio simile, ma parliamo di animali che lanciano i cuccioli per sfuggire ai predatori).
Nella nostra memoria collettiva non c’è traccia di periodi dell’anno o stagioni ove il corpo dell’essere umano sente il bisogno impellente di riprodursi, può accadere ogni giorno come può non accadere mai, anche perché nell’attività sessuale umana non si sente quasi mai il bisogno di procreare, ma di provare piacere.

Certo, è stato appurato scientificamente che i movimenti vaginali nel corpo delle donne in seguito all’orgasmo favoriscano l’inseminazione e il passaggio dello sperma, ma ciò non vuol dire che una donna voglia provare un orgasmo allo scopo di generare prole.

Va anche detto che nel corso della storia l’essere umano ha trovato date in cui si favorivano i rapporti sessuali per una presunta maggiore fertilità, basti pensare alla festa celtica dei fuochi di Beltane ove al primo di maggio si propiziava con grandi falò il raccolto e la notte le coppie giacevano in loco per propiziare la nascita di un figlio; queste date però avevano un importanza religiosa e culturale e influenzavano indirettamente il desiderio e il corpo umano attraverso la psiche.
La riproduzione, con l’andare avanti del corso della storia umana, è diventata sempre di più un “problema”, giacché avere più figli di quanti se ne desideravano poteva diventare controproducente, sia per i poveri con molte bocche da sfamare, sia per i ricchi con i possedimenti da dividere e spezzettare o le doti per le figlie (non a caso i nobili avevano spesso amanti con cui dilettarsi con la speranza di non trovarsi con un figlio illegittimo fra capo e collo).

La medicina moderna, poi, è riuscita ad attuare un controllo delle nascite mai visto prima, con metodi di contraccezione ormonali e meccanici efficacissimi (senza contare quelli chirurgici, con esempi quali il calciatore Ronaldo “Il Fenomeno” che si è sottoposto a vasectomia dopo aver depositato ingenti quantità del suo sperma in un’apposita banca del seme, perché non si sa mai).
Tale controllo delle nascite ha visto, nel cosiddetto “primo mondo”, un alto livello di denatalità, con sempre più persone che fanno un ridotto numero di figli o non ne vogliono affatto, preferendo la cura di sé a quella di un altro essere vivente.

L’essere umano è riuscito a distruggere consapevolmente la variante nascosta nella formula “nascere, svilupparsi, morire”, poiché senza riproduzione non si può nascere. Ma perché investire in un figlio quando si può investire su sé stessi? E perché investire su sé stessi per un periodo limitato quando si potrebbe farlo… per sempre? Non sarebbe una cosa naturale, ma sarebbe una cosa umana.

Nel libro “Fondazione e Terra” dello scrittore russo Isaac Asimov (ultimo libro del Ciclo della Fondazione, pietra miliare della fantascienza), ambientato fra oltre diecimila anni, l’essere umano si è espanso nella galassia, dimenticando il pianeta Terra. Il protagonista, durante le sue peregrinazioni incontra un Solariano, un’evoluzione dell’Homo Sapiens.

Questa evoluzione, però, non è stata spontanea ma dovuta all’ingegneria genetica.

I Solariani, dopo secoli di attento lavoro dei loro antenati, hanno modificato il loro corpo diventando esseri ermafroditi in grado di vivere centinaia di anni, assorbendo energia dalle stelle grazie a delle particolari ghiandole e in grado di deporre una cellula uovo fecondata che verrà opportunamente aggiustata da ingegneri genetici robotici. I Solariani, inoltre, sono del tutto disgustati dalle relazioni con i loro simili, non avendone nessun bisogno e, come dirà la creatura al protagonista, “A cosa mi serve intrattenermi con altri quando posso raggiungere da solo in un attimo il massimo piacere?”.

L’unica cosa che manca loro è la vita eterna.

Può sembrare una fantascienza sfrenata, ma quanto è lontana dal mondo attuale?

L’ingegneria genetica sta prendendo sempre più piede, il mantenimento della propria mente attraverso banche dati computerizzate non sembra più un sogno chimerico e la vita massima umana si sta spingendo sempre oltre, mentre la lotta alla degenerazione cellulare acquista una dimensione sperimentale sempre più robusta.

Non sarebbe così utopica l’idea di usare dei cloni per la sostituzione dei propri organi una volta guasti, l’inserimento di protesi robotiche per rinforzare gli arti, un cervello capace di migrare attraverso la rete (e Elon Musk pare sia interessato a dar via alla cosa con Neuralink).

E ovviamente, in tutto questo, l’idea di poter intervenire sui propri figli già dall’embrione per modificarne caratteristiche fisiche e, chissà, caratteriali a proprio piacere sembra quasi ridicolmente facile.

Ma, insomma, se si potrà vivere per sempre non è che riprodursi diventerà una pratica obsoleta?

Gianmarco Mazzola