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Il femminismo è da sempre stato uno dei movimenti più importanti della storia. Se non il più importante. Quando si pensa a questo movimento, che incarna valori sacri e fondamentali come libertà, parità, giustizia, è difficile pensare che all’interno di esso ci possano essere delle sfumature. Perché sfumature e non troncamenti? Usare la parola “troncamento” – come mi è capitato leggere durante la fase di documentazione – mi è sembrato se posso dire errato, oppure non “esatto.” Partendo dal presupposto che il femminismo per tutti quei valori, quei messaggi che porta, viaggia in una linea temporale diversa, più longeva, più propensa al cambiamento, al superamento di valori basilari, si trova sempre avanti rispetto – se possiamo dire – ai giorni nostri. E qui viene posta l’attenzione su tematiche molto profonde, tematiche più mature, più sensibili, che possono creare disaccordi su questioni delicate, molto delicate. Si cerca di raggiungere un obiettivo comune, di ottenere risultati prefissati e di raggiungere un punto di arrivo, ovvero il benessere comune, la parità dei sessi, la fine del sessismo, la possibilità di potersi affermare, la possibilità di poter dipendere da uno stipendio paritario, uguale all’altro sesso. Ma soprattutto, questione più importante, la sicurezza, il rigetto contro ogni forma di violenza, abuso, contro il femminicidio, senza dimenticare quanto questo punto sia importante e riportato – come giusto che sia – in ogni protesta, ogni anno dal movimento femminista.

In una dimensione così “radicata” è automatico che scaturiscano altre problematiche, altri dibattiti. E di cosa parliamo esattamente? Si parla principalmente del Sex Worker. Ma prima di iniziare ad argomentare un tema così delicato, dobbiamo fare alcuni passi indietro.

Nel 1982 ci fu la “Barnard Conference on Sexuality”, una riunione in cui presero parte due schieramenti. C’era già da tempo questa divisione interna tra femministe anti-pornografia e femministe pro sesso. Lo scopo di questa riforma era quello di cominciare a considerare il sesso come atto oltre lo scopo riproduttivo. Perché proprio negli anni ‘80? La nascita del porno vero e proprio è riportata negli anni ‘70 esattamente in Danimarca, quando il governo accettò di finanziare un documentario dal nome “Sexual Freedom in Denmark”.

Un documentario in cui un intervistatore intervista 5/6 donne con quale ha successivamente rapporti sessuali. In seguito a questo, vennero girati altri documentari. Gli Stati Uniti, che avevano registrato alcuni cortometraggi con il nome di “Stag Film, Sexploitaton” per accontentare i clienti più in voga nei bordelli, non persero tempo e lanciarono i primi film pornografici. Come “Mona”, dove una ragazza vuole mantenere la sua verginità, ma praticando solo il sesso orale. Successivamente uscì il film “Deep Throat” (“gola profonda”), che diede il via a molte, moltissime polemiche. 

Questi film andavano a costituire sempre di più quella forma di libertà, quel sesso pensato in maniera “libera” come “puro piacere” che si stava creando in quei tempi. Tornando alla nostra domanda (perché proprio durante gli anni ‘80?), negli anni ‘80 ci fu un vero e proprio boom, un’impennata per l’industria pornografica, dal momento che non si registravano più film nei cinema per via dell’avvento, della nascita delle videocassette, del registratore, e il mondo del porno arrivò nelle case. Era più facile interagire con esso.

Tornando alla manifestazione svoltasi nel 1982, la “Barnard Conference on Sexuality”, ci fu uno scontro tra le femministe anti-pornografia e pro sesso. Le femministe anti-pornografia vedevano il porno come un qualcosa di sbagliato, sporco, senza nessuna morale, dove le donne erano viste solo come contenitori, e recitavano durante i film la parte passiva. Inoltre alcuni generi che stavano nascendo in quell’epoca, tra i quali “gonzo” – ovvero sesso violento – erano visti come privi di morale, privi di piacere e si riaffermava sempre più forte la sottomissione della donna. 

Le femministe pro sesso invece ritenevano il porno come un’affermazione del sesso intenso come piacere, sesso liberatorio, una realtà nella quale la donna è libera di intraprendere esperienze sessuali alla stessa stregua di un maschio. Vedevano quindi nel porno un progresso, un passo in avanti. A questo scopo è stato creato anche il porno femminile. Un porno con produttori e attrice femminili, dove la femmina mantiene uno status paritario a quello maschile. 

È difficile delineare come l’evoluzione del mondo del porno abbia influenzato esattamente la prostituzione. Non ci sono abbastanza informazioni per stabilire una correlazione cronologica specifica, ed è molto difficile stabilire dei dati, ma esiste una piccola relazione tra questo mondo, il porno, e la prostituzione. Oltre il fatto di essere, al giorno d’oggi, due professioni molto contestate e condannate. Per quanto riguarda il mondo del porno, non esistono, oppure se esistono sono rari, i dibattiti in cui si parla di “tutela”. Tutela delle porno-attrici. Prima di affrontare il mondo più “vicino a noi” delle sex worker, dobbiamo soffermarci sulle migliaia di ingiustizie che si registrano nel mondo del porno.

Nella sua testimonianza Shelley Lubben, ex pornostar, afferma precisamente i disagi perpetuati nel mondo del porno. Come manchi uno sportello diretto di ascolto per le attrici. Nel mondo del porno le attrici la maggior parte delle volte si vedono costrette a girare video porno non pattuiti in precedenza, e si vedono costrette perché in caso minacciate di licenziamento o mancato pagamento. Inoltre i controlli medici eseguiti sulle attrici da parte di cliniche raccomandate dalle case pornografiche, sono fuorvianti. Shelley Lubben riporta appunto come a volte, anche ex-pornostar si fingevano dottoresse, facendo finta di eseguire i controlli. Inoltre c’è lo stress psicologico a cui deve andare una pornostar, come dimostrano i casi di suicidio registrati ultimamente, come quello di Augusta James, pornostar venticinquenne trovata impiccata in a un albero, o quello di Shyla Stylez. Tutto questo, se nel mondo del porno può essere in  parte “protetto” data la sua natura legale e la presenza di case pornografiche che tutelano la salute delle loro attrici con controlli medici effettivi, non avviene per quanto riguarda la prostituzione, il sesso per strada.

La vera domanda, la domanda principale che una femminista radicale pone a una sex worker, è sempre la stessa: “Se avessi la possibilità di scegliere, faresti veramente questo?” oppure “Perché la maggior parte delle ragazze che si prostituiscono o fanno questo tipo di lavoro scappano da situazioni di povertà e forte disagio?”. Perché un fenomeno che viaggia, purtroppo, in parallelo, intrecciato, interconnesso con quello delle sex worker – e crea questa spaccatura tra chi vorrebbe abolire definitivamente la prostituzione e chi vorrebbe invece legalizzarla – è la tratta delle persone. Se andiamo a vedere i numeri in Italia le prostitute sono per il 55% rumene e il 17% minorenni. Le ragazze vengono “raccattate” nel vero senso della parola nei loro paesi. Il pappone dopo svariate promesse le convince, in un modo o nell’altro, a venire in Italia. Esiste anche l’approccio “Big Lover” in cui il ragazzo si finge innamorato e le dice di lavorare un po’ per strada solo per fare un po’ di soldi. Queste ragazze si ritrovano, successivamente, senza soldi, senza casa, senza una guida, senza un sistema adeguato a far fronte alla loro condizione. Perché la dura realtà è questa.

In questo contesto rientrano anche le sex worker, che, però, non vogliono essere confuse per vittime della tratta. Loro condannano la tratta, ma condannano anche un governo che applica una politica totalitaria senza trovare delle sfumature in tutto quello che reputa sbagliato. Perché nelle varie interviste presenti qui, con appositi link, si vede come le sex worker si autodefiniscono come dei veri e propri lavoratori e come vorrebbero pari dignità rispetto ad altri lavori. E le sex worker condannano come il regime applicato dal governo, sia negli stati esteri, sia in Italia, sia sempre una politica un po’ di “facciata”. In Italia una sex worker è costretta a lavorare in strade periferiche, lontane dal centro dove corre più pericoli. In un’intervista condotta a una sex worker Italiana che lavora in Germania si vede come ci siano dei veri e propri limiti. Alcuni siti, ad esempio, dove la sex worker interagiva con altre sex worker e con i clienti che frequentava, sono stati chiusi dal governo. Si mettono, insomma, sempre più pericolo le sex worker, e si vuole una maggiore libertà affinché questa manifestazione venga accettata, legalizzata, così da poter correre meno rischi. Dall’altra parte c’è chi vede l’affermazione delle sex worker, la legalizzazione della prostituzione, come qualcosa di utopico che non metterà fine allo sfruttamento. 

Perché si vive con la concezione di un mondo malato, un mondo sporco, e si vede quella frontiera, quel raggiungimento di nuovi obiettivi come qualcosa di lontano, forse irraggiungibile. È stato riscontrato che molti magnaccia usano video porno per preparare molte ragazze – arrivate dalla tratta – a prostituirsi per strada. Alcuni studi dicono che il porno spinge a molti comportamenti abusivi, aggressivi, spinge a riprendere alcuni comportamenti nella vita reale. Come ad esempio riporta la ex pornostar Shelly Urber, il sesso è inteso nel porno come un qualcosa come “voler ferire, voler fare male, abuso”. Tutte tematiche riportate anche nel mondo reale. E in questa frattura che si crea, ci sono vittime, ci sono ragazze spinte a prostituirsi, e ci sono sex worker costrette ad andare incontro a una criminalizzazione sempre più marcata delle loro attività.

È un processo forse partito molto tempo fa. Un processo in cui non si può creare quel mondo sicuro dove tutte le professioni possono essere “libere” di essere svolte. E la parola “libera” si riferisce sempre ad un grado di sicurezza di tutti, un grado che sembra difficile da poter mantenere, con la tratta, ma anche con la realtà in cui ci troviamo. La domanda è questa: il non legalizzare il sex worker è veramente un tabù? È veramente sicuro in un mondo come questo? E mondo non in un senso generico perché tutto qui è riportato solo ed esclusivamente in un’ottica concreta, reale, attraverso testimonianze. Perché quando il porno ebbe il suo boom con l’avvento delle videocassette, molte persone chiedevano, una nicchia cospicua, porno brutale, porno animale, violento. Difficile, certo, immaginare una netta correlazione tra questo e prostituzione. Ma c’è una sorta di “sottotesto”. C’è un “sottotesto” che ci porta ad interrogarci di fronte alle mille perplessità che possono scaturire da questa “lotta” tra la legalizzazione e non, tra giusto e sbagliato. Perché il porno di tratta è ancora vigente e mostra molti disagi. Per numero di vittime, per numero di morti, abusi, violenze perpetuate da magnaccia e da clienti. Si legge di clienti più anziani che non si fanno scrupoli nel finire a letto con con ragazze più giovani. E quindi quanto questo potrebbe essere veramente rimosso, in un contesto di legalizzazione? Oppure, se anche ci fosse la legalizzazione, la tratta verrebbe veramente eliminata? 

Seguono alcuni dei link che trattano a fondo il tema delle sex worker e femminismo. Per una maggiore documentazione:

Inoklm.