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Il multitasking nasce come accezione informatica, la capacità di un software di eseguire più funzioni in simultanea, si è poi esteso l’impiego del termine alle capacità umane. Ma è davvero possibile parlare di multitasking? Sicuramente molti di voi penseranno di riuscire a fare più cose contemporaneamente, ma sieti sicuri di riuscirci davvero? C’è qualcuno che non è troppo d’accordo!

Nella comunità scientifica si è rafforzata la convinzione che quello che chiamiamo multitasking è di fatto un repentino spostamento di attenzione che ci illude di poter svolgere più pratiche contemporaneamente, essendo dunque più un “parallel tasking”. 

L’esempio neurobiologico che meglio descrive l’illusione che percepiamo è l’azione di sintesi delle immagini che ci dà l’impressione di avere una visione continua dell’ambiente circostante. Quando guardiamo lo spazio attorno a noi ci sembre di riuscire ad avere una visione generale della realtà quando invece fisiologicamente non è possibile. Infatti l’acquisizione dell’informazione visiva cade alla Fovea, cioè dipende da una piccolissima zona della retina con massima acutezza visiva, il centro effettivo dell’attenzione oculare. Viste le ridotte dimensioni della Fovea il processo attentivo-visivo è egualmente ristretto, siamo dunque costretti a muove continuamente ed impercettibilmente gli occhi per cogliere con questa zona delle micro-immagini che verranno poi assemblate dal nostro sistema cognitivo. Dunque appare evidente come questi cambi rapidissimi di focus attentivo ci inducano a pensare di avere una più ampia capacità, visiva in questo particolare caso. 

Avverrebbe la stessa cosa nel multitasking, un repentino spostamento dell’attenzione che inganna il nostro ego e lo induce a pensare di poter compiere più azioni in contemporanea. Non solo questo non sembra possibile, sarebbe anche deleterio. In primo luogo perché il focus attentivo ha bisogno di tempo per elaborare in modo efficace gli stimoli e il continuo spostamento impedirebbe una corretta concentrazione sensoriale e cognitiva, in secondo luogo invece proprio la prolungata azione attentiva su un singolo stimolo sarebbe la chiave per lo sviluppo di pensiero creativo e di problem solving.

“Se, ad esempio, stiamo cercando di risolvere un problema e allo stesso tempo rispondiamo alle email, al telefono, o chattiamo, mentre svolgiamo queste azioni non siamo in grado di continuare a lavorare al problema iniziale. In più, quando ritorniamo all’impegno precedente, in un certo senso ricominciamo daccapo” spiega in un recente articolo su Fortune il ricercatore statunitense Earl Miller, esperto internazionale di studi sull’attenzione e sul decision-making. 

Dunque l’uomo non sarebbe neurobiologicamente predisposto al multitasking, non siamo sostanzialmente in grado di eseguire molteplici compiti cognitivi complessi simultaneamente. Ne è convinto anche il ricercatore italiano Zoccolan che ha collaborato per un periodo negli Stati Uniti proprio con Earl Miller. Egli afferma che il processo attentivo, nell’isolare il problema d’interesse, esclude l’informazione irrilevante o di disturbo per eseguire un determinato compito: “Alcuni esperimenti ormai classici dimostrano molto bene che l’attenzione fa in modo che il cervello elabori solamente i dati necessari in quel momento a risolvere un problema o a processare uno stimolo sensoriale”.

Ma perchè gli individui tentano disperatamente di convincersi di poter svolgere più compiti contemporaneamente? Sempre secondo Zoccolan questo inganno che ci propiniamo è frutto del processo evolutivo che a partire dalle epoche preistoriche “ha naturalmente plasmato i sistemi sensoriali in maniera tale da essere attivati da cambiamenti improvvisi dell’ambiente esterno, per ovvi motivi di sopravvivenza. Eventi che capitano in maniera subitanea nel nostro spazio sensoriale, e a prescindere dalla nostra volontà, catturano immediatamente l’attenzione. È praticamente impossibile non esserne attratti. Questo verosimilmente porta all’illusione di poter fare più cose contemporaneamente”.